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giovedì 3 settembre 2015

Dell'orto non si butta via niente

Una volta i nostri vecchi erano soliti dire che del nobile maiale non si buttava via niente per indicare come ogni singola parte di questo animale venisse utilizzata.
Potremmo fare il medesimo discorso per quanto riguarda l'orto.

Chi coltiva l'orto sa bene che esistono tanti momenti in cui ci si trova in mano “scarti” che non sappiamo dove mettere. Piante ormai morte, tutori usati, frutti che non sono riusciti a maturare e tanto altro ancora. Scarti nobili che l'orticoltore saggio deve e sa utilizzare.

L'orto gestito correttamente non deve avere alcun tipo di scarto. Tutto può essere utilizzato. Tutto fa parte di un ciclo produttivo infinito.

Ecco un elenco dei principali scarti orticoli e di come poterli usare al meglio.
  • Piante morte e scarti vegetali: le orticole hanno tipicamente un ciclo vitale breve. Salvo alcuni casi particolari, le piante non durano che qualche mese prima di arrivare ad inevitabile morte. Quando abbiamo finito di raccogliere e siamo davanti alle piante ormai morte possiamo estirparle delicatamente e gettarle nel mucchio del compost. È importante cercare di estirpare anche le radici in quando potenziale nido di parassiti. Se le piante sono legnose o di notevoli dimensioni (es: pomodori o melanzane) è utile farle a pezzi in modo grossolano prima di gettarle nel compost in modo che si acceleri il processo di degradazione. Il terriccio che si formerà sarà utilissimo per la crescita delle future piantine.


  • Frutti acerbi: spesso capita che talune orticole producano tantissimi frutti che poi non riusciranno a giungere a maturazione (es: pomodori). Gettare via la pianta ancora piena di frutti acerbi è uno spreco. Esistono tante ricette e molte conserve che i nostri avi hanno sperimentato e messo a punto nel corso dei secoli. Oggi internet è un grande mezzo per informarsi e reperire queste utili ricette.
    Pomodori verdi fritti alla fermata del treno... Un film o uno spuntino di metà mattina in attesa del solito treno in ritardo?


  • Semi: troppo spesso i semi di alcuni ortaggi si gettano con troppa leggerezza ignorando che questi organi sono quanto di più prezioso l'orticoltore possa avere tra le mani. I semi sono il futuro del nostro orto. Conservarli può essere piuttosto facile ed è un'esperienza che per molti può essere nuova e didattica. Per conservare i semi è fondamentale lavarli da possibili residui del frutto e asciugarli molto bene con carta assorbente (senza metterli al sole diretto!). Una volta asciutti si possono conservarli in vasi di vetro lasciati aperti in un luogo fresco e asciutto.
    In alcuni casi i semi posso anche diventare un ottimo cibo alternativo (es: zucca) utili per alcune ricette.


  • Tutori, pali e altre attrezzature: in un orto si trovano non solo piante orticole ma anche altro materiale (naturale e non) che usiamo per tante attività differenti. Certamente i pali sono gli elementi che non mancano mai poiché rivestono ruolo fondamentale per tenere erette molte piante che per natura non lo sono. Questi pali possono essere di legno e, in questo caso, se conservati correttamente in luogo asciutto possono durare anni. Alla fine della loro vita utile andranno incontro a inevitabile marcescenza e a questo punto invece che gettarli via possiamo romperli a pezzi e metterli nel compost. Con i pali di plastica/ferro non vi sono problemi essendo quasi eterni. L'unico problema deriva dal loro abbandono in ambiente che non deve mai avvenire. Raccogliete, conservate e, nel caso, differenziate tutto.

  • Vasetti e plateau alveolari: quando acquistiamo nuove piantine da trapiantare nell'orto, inevitabilmente ci si trova per le mani i contenitori nei quali dimoravano gli ortaggi. Cosa farne? Possono essere utilizzati e riutilizzati per più anni per sperimentare la coltivazione partendo da semi. Non gettateli via, possono servire!


martedì 4 agosto 2015

Acqua sì, acqua no, acqua come?

Ecco un'altra ondata di caldo africana in arrivo. Temperature in salita e afa insostenibile mettono a dura prova le nostre piante costrette per natura a star ferme al sole.
L'acqua, l'elemento principe, così fondamentale per gli ortaggi rischia di essere il fattore di rischio per via della sua scarsità, della grande evaporazione e traspirazione dovuta proprio all'irraggiamento solare.


Questo breve post ha l'obiettivo di spiegare come usare questo bene fondamentale ottenendo la massima resa e diminuendo lo spreco.

Come non sprecare l'acqua?
Per capire come non sprecare acqua bisogna anzitutto dire che in un mondo perfetto si ha la massima resa quando ogni goccia d'acqua viene assorbita da ogni pelo radicale di ogni radice. In questo caso non si ha perdita d'acqua e quindi massima resa.
Purtroppo questa condizione non si raggiunge mai ma si può comunque cercare di raggiungerla.

  1. Localizzare l'irrigazione: piuttosto che bagnare a pioggia dall'alto si può optare per un'irrigazione più localizzata solo dove serve con tubi gocciolanti o con ugelli a micro-spruzzo posizionati solo dove serve. Questo ottimizza parecchio l'irrigazione in quanto la goccia cade nel terreno e viene subito trattenuta cosa che irrigando dall'alto non avviene. Una gran quantità d'acqua evapora ben prima di riuscire a penetrare nel terreno.

    Irrigazione con tubo gocciolante

  2. L'ora è importante: mai bagnare in pieno giorno onde evitare sia pericolosi shock termici alla pianta sia perché durante il giorno l'evaporazione è maggiore. È preferibile bagnare al mattino in quanto si crea la riserva d'acqua necessaria alle piante per l'intera giornata. Scegliere di bagnare di sera evita l'evaporazione ma si rischia di inzuppare il terreno nel periodo nel quale le piante non ne hanno bisogno. Di notte le piante rallentano e modificano il proprio metabolismo.
  3. Coprire il terreno: lasciare il terreno pulito e nudo senza alcuna copertura aumenta l'evaporazione e rischia di polverizzare il primo strato di terreno quello nel quale (specie per le varietà orticole) si concentrano le radici. Pacciamate gente, pacciamate!

    Pacciamatura di paglia

  4. Evitare di far seccare il terreno: bagnate con regolarità il suolo evitando di giocarvi le riserve di umidità. Quando il terreno secca completamente ricostituire le riserve non è semplice e si rischia che irrigando nuovamente l'acqua scivoli via senza penetrare. 

    Terreno troppo secco

  5. Mai eccedere in quantità: inutile bagnare inondando le nostre coltivazioni. Le piante hanno una velocità massima di assorbimento oltre la quale non accettano più acqua. Ciò vuol dire che buttando litri d'acqua gran parte la stiamo perdendo in profondità.

    C'è chi esagera!

    Seguendo queste 5 semplici regole del buon senso non solo avrete ortaggi buoni, sani e belli ma contribuirete a risparmiare acqua preziosa in questi periodi nei quali questo bene fondamentale diviene ancora più importante.

martedì 28 luglio 2015

Le ultime frontiere della pacciamatura

pacciamatura s. f. [der. di pacciame]. – In agraria, operazione che tradizionalmente consiste nel cospargere il terreno di paglia, foglie secche, letame o altro, allo scopo di proteggere le colture da eccessiva insolazione o dal pericolo di gelate; oggi è fatta in gran parte con fogli sottili di materie plastiche (spec. polietilene), per lo più di colore nero, in cui sono eventualmente praticati fori di opportuno diametro e frequenza, che mantengono la giusta temperatura ed evitano la crescita di erbe infestanti.

Ecco cosa dice il Treccani se interpellato a riguardo di questa tecnica millenaria.
La definizione tocca alcuni aspetti fondamentali di questa pratica che cercherò di approfondire.

La pacciamatura si attua coprendo il terreno. Un dato di fatto che però fa nascere altre mille domande e tra queste la prima è sicuramente la regina delle domande... Perché coprire il terreno? Ogni azione in agricoltura (o nella vita in generale) deve avere un motivo valido altrimenti si sfocia nella pazzia o, peggio ancora, nello spreco.
In natura non esiste terreno nudo. Questo è un fatto. Esistono rocce nude ma non suolo nudo, senza vegetazione. Possiamo vedere con i nostri occhi come le piante colonizzano velocemente mucchi di terra lasciati incustoditi e non movimentati.
Questa osservazione ci porta subito al primo principio fondamentale: cercare di mantenere un terreno “pulito” da erbe spontanee è possibile ma richiede un grossissimo dispendio di energia.
Potremmo essere disponibili a usare questa energia specie se il nostro orto è piccolo ma quando affrontiamo una coltivazione su più ampia scala è necessario valutare un'altra strada che impedisca la naturale colonizzazione delle erbe.
Non c'è altra soluzione che coprire il terreno pacciamando.

Pacciame composto da erba tagliata e fatta seccare

Purtroppo per noi il terreno, specie se analizziamo il primo strato superficiale, è un debole isolante termico. Questo vuol dire che in estate accumula troppo calore mentre in inverno ne perde eccessivamente. Questi sbalzi termici danneggiano (anche gravemente) non solo le radici dei nostri ortaggi ma anche tutta la complessa e delicata fauna terricola. Lo strato pacciamante è una vera e propria barriera termica a protezione del terreno.
La pacciamatura se gestita al meglio è in grado di trattenere l'umidità ma al tempo stesso permettere la traspirazione.

Terreno "nudo". Il difficile è mantenerlo tale. Ne vale la pena?

Nella definizione si citano anche i differenti materiali usati per pacciamare e qua entriamo in un argomento che potrebbe dilungarsi per pagine e pagine. Gli orticoltori più sperimentali provano di tutto. Dalla lana ai trucioli, dalla paglia alle plastiche biodegradabili.
Quello che consiglio io è non usare (come citato dalla definizione) la plastica (polietilene) poiché inevitabilmente parte di essa si disperderà nell'ambiente e nel nostro stesso orto.
Bene tutti gli altri materiali facendo attenzione alle reazioni chimico-fisiche che comportano. Se usiamo materiale biologico dobbiamo capire se durante la decomposizione è in grado di modificare il terreno.

Pacciamatura in plastica biodegradabile sotto fragole

Già da qualche anno la tecnica di pacciamatura ha incontrato la semina facendo nascere il telo pacciamante già seminato con l'ortaggio voluto e pronto per essere steso sul terreno preparato. Solitamente questo telo è creato con fibre vegetali (cotone, carta, iuta) in cui vengono immessi i semi dell'ortaggio già a distanze regolari.
Si possono trovare in commercio teli completi o anche solo strisce che non solo impediscono alle erbe spontanee di soffocare i nostri giovani germogli ma ci evitano l'operazione di diradamento che si rende indispensabile per certi ortaggi quando vengono seminati a spaglio.

Posizionamento del telo preseminato in orto

Giovane carota nata da telo preseminato

Troppo spesso si coltiva l'orto in modo “tradizionale” (anche se tradizionale non è) estirpando chili di erbe indesiderate e continuando questa dura e inutile battaglia contro i mulini a vento quando abbiamo sotto mano una tecnica che, se ben gestita, non solo ci evita tanta fatica ma addirittura arricchisce e protegge il fattore fondamentale per un buon raccolto: il terreno.

giovedì 21 maggio 2015

Biodiversità fa rima con ricchezza

Tra le parole più usate in ambito agricolo troviamo certamente “biodiversità”. Un termine sempre più spudoratamente usato perché impatta nel nostro inconscio come qualcosa di bello e utile anche se in fin dei conti molti non ne comprendono il significato.

Partiamo quindi ad analizzare il nome. Bio (da bios cioè “vita”, “forma vivente”) e Diversità (cioè tutto ciò che non è standardizzato).

In natura tutto ciò che è uguale, clonato, identico è estremamente debole. La stessa evoluzione ha creato (e continua a farlo) esseri viventi differenti. 
Non c'è vivente uguale all'altro neppure nella stessa specie e varietà.
Geneticamente parlando tutti gli esseri viventi sono differenti.

Il grande vantaggio di questa strategia di sviluppo è quello di creare individui tutti differenti e che quindi rispondono agli stimo ambientali in maniera differente. In conclusione essere biodiversi vuol dire sapersi adattare all'ambiente, resistere ad attacchi esterni, selezionare una nuova progenie. In una parola vuol dire evolversi.

Dopo aver toccato l'argomento (per dir la verità lo abbiamo leggermente sfiorato!) dal punto di vista macroscopico, torniamo con i piedi dentro l'orto.

Può anche un piccolo orto essere biodiverso?

Non solo può ma è auspicabile che lo sia sempre. Avere tante tipologie di ortaggi anche della stessa specie garantisce una maggior salubrità delle piante stesse, una capacità di adattamento maggiore e la conservabilità di una ricchezza genetica che altrimenti potrebbe andare perduta per sempre.


Secoli e millenni di selezione genetica umana ha reso possibile la creazione di migliaia di varietà differenti di frutta e verdura che talvolta differiscono da una valle all'altra, da una zona all'altra. Un patrimonio che sino agli inizi del 1900 era ancora ben radicato in Italia.
Purtroppo questa variabilità genetica non fu vista di buon occhio dagli operatori del settore agricolo e dal consumatore stesso il quale, con il passare di pochi decenni soltanto, divenne estremamente ignorante in materia e cominciò a pretendere dal mercato solo ed unicamente poche e conosciute varietà a scapito delle tante precedentemente piantate.
Un esempio su tutti è il caso delle mele. Nella sola piccola Italia, secondo alcune stime (sottostimate dal mio punto di vista) vi erano sino a prima delle Guerre Mondiali oltre 50 varietà di mela coltivata da nord a sud, isole comprese. Oggi la stragrande maggioranza di produzione delle mele si concentra solo in Trentino e qualcosa in alta Lombardia e si basa sulla coltivazione di 5 o 6 varietà al massimo cioè un decimo circa del patrimonio genetico inerente alla melicoltura. Gli altri 9/10 di patrimonio genetico è a rischio o, peggio, si è perso per sempre.
Questo perchè siamo sempre più propensi a riconoscere i frutti per l'aspetto estetico e non per le potenzialità intriseche (facciamo lo stesso con individui della nostra stessa specie). 
La mela, a seconda dei gusti, la scegliamo “gialla”, “verde” o “rossa” e l'industria ha quindi scelto 3 varietà produttive eliminando tutte le altre considerate inutili.


Lo stesso discorso vale per peperoni, pomodori, melanzane, patate, fagioli, piselli, cereali e chi più ne ha più ne metta.
Ci sono fagioli screziati e bronzati della Val Sesia che restano nelle mani di pochi e anziani produttori, peperoni tipici di alcune zone completamente dimenticati e solo ultimamente riqualificati (peperone di Voghera, di Carmagnola, di Senise, ecc...) ma che hanno rischiato di scomparire.
Si potrebbero riempire pagine di esempi e forse non basterebbe una vita ad elencare tutte le antiche varietà coltivate da nord a sud di questa nostra fantastica penisola.

Ogni luogo in Italia era ricordato per il paesaggio e per i prodotti alimentari tipici derivanti dalla straordinaria ricchezza di biodiversità.
Con il nostro piccolo orto domestico possiamo certamente fare molto al fine di salvaguardare queste varietà particolari e che meritano di essere protette. Basta infatti fare una breve ricerca in internet o tra i gruppi Facebook per trovare persone appassionate che scambiano (quasi sempre a gratis!), piantano e raccolgono semi di varietà tipiche, antiche e rare.

...e allora la domanda sorge spontanea...

Perché non decidere di piantare tante varietà biodiverse nel nostro piccolo o grande spazio?
Potremmo raccogliere ortaggi buoni da molti punti di vista.


giovedì 9 aprile 2015

E se 15 vi sembran pochi...

L'altro giorno siamo riusciti a far incontrare un altro proprietario con un futuro custode del territorio. Siamo a quota 15 se non sbaglio a conteggiare. 
Pochi, per ora, ma buoni specie per la varietà di attività che stanno prendendo piede su questi spazi che sino a pochi mesi fa risultavano abbandonati.
Non solo orti “classici”! 

Dei terreni che un nostro utente ha regalato si trasformeranno in coltivazioni innovative per mano di un giovane interessato all'ambiente naturale.


Vecchie terrazze abbandonate e occupate da sterpaglie si tramuteranno in orto sinergico.


Un piccolo roveto dimenticato è stato pulito e diventerà un piccolo vigneto sperimentale.


Il vecchio frutteto abbandonato che abbiamo preso in mano noi in prima persona abbiamo l'ambizione di trasformarlo in una vera e propria collezione di piante da frutto particolari. 


Il terreno che l'altro giorno ha finalmente trovato un persona interessata si aggiunge a questa biodiversità di attività. 
Su questo nuovo spazio rinato nascerà un apiario. Tante piccole arnie che conterranno migliaia o forse milioni di assidue lavoratrici a sei zampe.
Si aggiunge così una nuova tipologia di attività da svolgere su ex terreni incolti e, onestamente, non vedo l'ora di potervi mostrare la trasformazione derivata da questo nuovo incontro.

15 spazi rinati sono pochi è vero ma la cosa incredibile è che in 15 spazi hanno preso piede, al posto delle sterpi, attività hobbistiche o semi professionali incredibili.
Ciò prova con forza la mia teoria per la quale uno spazio vuoto e abbandonato può diventare ciò che vogliamo con un minimo sforzo.
Ogni terreno, anche piccolo e marginale, può essere la base su cui approfondire e perseguire la propria passione.
Ecco che un metalmeccanico nel fine settimana si può trasformare con facilità in orticoltore, un operaio può sfruttare le ore dopo lavoro per curare le proprie api.

L'aspetto che però deve rendere tutti felici è che queste persone, forse involontariamente, stanno creando e plasmando il bene più grande che possiamo avere: il paesaggio.
Ogni nuova persona che riesce a recuperare un lembo di terra, anche piccolo, sta contribuendo alla rinascita di luoghi abbandonati e quindi sta riqualificando un territorio che avevamo perduto per strada.

Per questo non mi stancherò mai di affermare che conviene a tutti non lasciare in abbandono i terreni. 
Ogni spazio ha un valore che va ben oltre a quello economico.

mercoledì 4 marzo 2015

Una mattinata differente

Questa non è stata una mattina come le altre.
Dopo una serie di contatti e racconti sulle attività svolte, mi sono recato in una comunità che salva persone dal baratro delle dipendenze (di qualsiasi tipo) in cui l'attività primaria di recupero è la coltivazione di orti e frutteti situati vicino alla casa d'accoglienza.
Ciò che ho visto con i miei occhi mi è piaciuto parecchio.

Frutta, serre e orti a perdita d'occhio
Può la semplice attività pratica/ludica/educativa orticola salvare delle vite in pericolo?
Non solo può ma aiuta concretamente il malato (possiamo proprio chiamarlo così) a sprigionare energie positive e voglia di cambiamento.

Una delle serre adibite a vivaio bio
L'attività primaria della mattinata è stata la preparazione delle prose per le coltivazioni che si andranno ad effettuare.
Obiettivo dell'attività è occupare gli ospiti della comunità ad una mansione che sia attiva, appagante e che mostri i risultati. 
Tutte le piante, le sementi e i fertilizzanti usati sono marchiati come “bio”. Qui la chimica non entra in alcun modo perché per riqualificare la vita di queste persone bisogna necessariamente puntare sulla naturalità delle cose.

La strategia di coltivazione è quella classica di una prima fresatura non profonda, una preparazione con rastrelli per tirare in piano i livelli, una concimazione di superficie con stallatico naturale e una pacciamatura con teli in materiale compostabile e biodegradabile.
Naturalmente le coltivazioni ruotano di anno in anno in modo da non stancare la terra che si ritrova ad accogliere sempre nuove radici e ortaggi.

Sistemazione telo pacciamante
La cosa che però mi è piaciuta di più di questa attività sociale è la consapevolezza che questo mega orto non è un passatempo ma un vero e proprio lavoro.
Qui si lavora per produrre, si lavora per vendere.
Dal mio punto di vista questo serve, in primis, agli ospiti stessi. Sono proprio loro che capiscono che un'altra vita è possibile e che stanno faticando per qualcosa di concreto che è in grado di dar frutti veri, belli e sani.

Nuovo spazio fresato pronto per nuove prose
Sicuramente ci sarà sempre più spazio in terraXchange per raccontare e collaborare con queste realtà già presenti sul territorio e che fanno dell'orto un mezzo con cui salvare vite umane che si sono smarrite.

Mi sento di fare a loro e a tutti quelli che ogni giorno combattono questa guerra a colpi di zappa un grosso e sentito augurio e di consigliare a tutti voi di avvicinarvi a queste associazioni e gruppi. Uno scambio di idee e aiuti che vi cambieranno la giornata in meglio.
Un orto vi salverà!

lunedì 2 marzo 2015

La dura vita di un seme

Tutti sanno cos'è un seme. 
Un seme è vita, è una struttura estremamente concentrata che racchiude al suo interno tutto il materiale necessario alla nascita di una nuova pianta.
Estremamente semplice, estremamente complesso.

Il seme è il risultato della fecondazione e dato che questo fenomeno è forse il più importante di tutto il mondo vivente, capiamo bene che quando li stiamo maneggiando con una certa leggerezza in realtà abbiamo in mano un grandissimo potere: quello di dare la vita.

Molte piante sacrificano tutta la loro vita al fine di produrre i semi e le orticole ne sono un classico esempio.
Sappiamo che molte di queste piante sono annuali. In natura, il loro unico anno di vita si conclude quasi sempre con la produzione di fiori e semi. Una volta concluso il processo la pianta madre può morire, la vita è passata nel seme e da questa nuova residenza invernale potrà rinascere in primavera.

Anche alcuni animali concludono la propria vita dopo la riproduzione (si veda il ciclo di vita dei salmoni) ma nel regno vegetale questo fenomeno è ancora più spinto.

Nel seme la pianta madre ripone il proprio futuro, le proprie speranze. Per contro il seme nasce già con grandi aspettative sulle proprie spalle (chissà se è in grado di percepire ansia da prestazione?). Nonostante ciò questa strategia si è dimostrata vincente tanto che le piante, conquistatrici della Terra ben prima di noi, e tutt'oggi detentrici della maggior quantità di biomassa del pianeta. Il 95% del peso di tutti gli esseri viventi presenti sulla Terra è rappresentato dal peso dei vegetali, il 5% dagli altri viventi di cui solo lo 0,5% dalla specie umana.
Una colonizzazione tanto capillare e massiccia dell'intero pianeta è stata possibile solo grazie alla capacità di adattamento ma anche alla grande strategia di racchiudere le nuove piantine in resistenti semi facili da diffondere.
In alcuni casi alcune piante producono semi in grado di volare sospinte dal vento o addirittura catapultati attivamente dalla pianta madre il più lontano possibile in modo da coprire e colonizzare nuovi spazi (si veda il comportamento del cocomero asinino!).


Ora molti si chiederanno cosa centra tutto questo discorso con terraXchange, gli orti, il paesaggio e le altre tematiche a noi care ebbene noi, in qualità di orticoltori appassionati, abbiamo un grande dovere: raccogliere, conservare e ripiantare i semi delle nostre orticole non sprecando questa concentrazione di “vita biodiversa”.

Come possiamo svolgere questo importante ruolo in modo da non comprometterne la buona riuscita? Domanda lecita.
Spesso si sottovaluta questo aspetto raccogliendo semi in modo discutibile e conservandoli un po' così, come capita in luoghi di fortuna.


Partiamo quindi dal primo principio. 
Il seme va raccolto quando è maturo!
Non è una cosa scontata poiché, ahimè, i semi possono in molti casi maturare non simultaneamente rispetto al frutto. Ciò significa che quando noi raccogliamo i frutti già commestibili per la nostra alimentazione questi potrebbero racchiudere semi immaturi. Nell'orto il classico esempio è il fagiolino che viene raccolto per i nostri usi culinari ancora acerbo e contenete semi non ancora sviluppati. Vi sono anche altri esempi come la melanzana. Siamo abituati a raccoglierla piuttosto novella in quanto più morbida e con una polpa meno asciutta (cartonata) ma i semi contenuti in questi frutti non sono certo utilizzabili per la propagazione.


Il secondo principio è che il seme percepisce le stagioni.
Ebbene sì, i semi sono vivi (anche se non sembra) e chiusi nel loro letargo percepiscono comunque moltissimi fattori esterni (incredibile rendersi conto che i semi possono vedere e sentire). Tutti i semi percepiscono e monitorano costantemente temperatura, luminosità, fotoperiodo (rapporto giorno/notte), umidità. Ogni specie resta in uno stato dormiente sino a quando non si sono verificati tutta una serie di eventi che inducano il seme stesso a germogliare. Molti semi, per esempio, non germogliano se prima non hanno annotato un periodo di freddo piuttosto intenso e continuativo che induce il seme a convincersi di aver passato l'inverno. Il fabbisogno di freddo (è chiamato proprio così) è fondamentale per molte specie differenti. Tenere i semi al caldo costante (20°C) di una casa non è mai buona abitudine.
È buona norma conservare i semi in vasetti di vetro in luogo protetto, asciutto, al riparo dalla luce solare diretta ma non nella più costante oscurità. In questo modo il seme non perde il conto dei giorni (il seme ha un calendario? Ebbene sì).


Il terzo principio riguarda la necessità di rispetto del tempo. Qualcuno diceva che la frase tipica del contadino è “tempo al tempo”.
Non dobbiamo aver fretta di far germinare i semi in periodi differenti dal quale sono abituati. Spesso, in questo periodo, girovagando in vari gruppi Facebook riguardanti l'orticoltura, alcuni utenti postano immagini di semi germogliati e di nuove piantine molto esili e lunghe. Questo è il sintomo che si è seminato troppo presto. Le piantine sono nate comunque ma non trovando la luce e la lunghezza del giorno adeguata stanno disperatamente “filando”. Si stanno allungando nella disperata ricerca di luce che non troveranno poiché il periodo solare non è coretto. Queste piante periranno nell'arco di pochi giorni o settimane. Le poche che si salveranno saranno comunque destinate a rimanere deboli per tutta la vita poiché hanno bruciato troppa energia nei primi giorni di vita.


Il quarto principio fondamentale è la consapevolezza che siamo noi ad aver bisogno dei semi e non sono i semi ad aver bisogno di noi.
Troppo spesso vedo persone che curano i semi come se fossero balie. Ci sono alcuni che fanno pre-germinare i semi sui substrati più differenti. Dal cotone alle fibre di cocco, dalla gommapiuma a contenitori pieni d'acqua.
Diciamo subito che, per la maggior parte delle varietà coltivate, tutto ciò è inutile e, in alcuni casi, persino dannoso. La prima radichetta che si forma da un seme è una struttura complessa e molto delicata. Se, per esempio, facciamo germinare un seme su uno strato di cotone umido potrebbe capitare che la radichetta nasca correttamente e che (data la sua natura di radice) inizi da subito a scavare all'interno del cotone. A quel punto siamo fregati poiché il rischio di danneggiarla durante il trapianto raggiunge quasi la certezza matematica.
Lo stesso può valere per le germinazioni in acqua. La radichetta che si trova immersa in un liquido si adatta da subito a questo ambiente “facile” e, nel momento in cui la costringiamo a crescere nel terreno (un substrato totalmente differente, meno umido e più duro) le provochiamo uno stress immenso. 


Salvo rari casi in cui il seme per germinare deve subire specifici trattamenti, il consiglio che do è quello di far germinare il seme in un terreno molto simile (se non lo stesso) rispetto a quello in cui andrà a vivere l'intera pianta futura.
Come diceva il grande Fukuoka, maestro dell'agricoltura sinergica e della permacoltura: “Il miglior metodo per coltivare e non fare niente, la natura è nata prima di noi e sa già lei cosa fare. Noi dobbiamo solo aiutarla e assecondarla in modo che non trovi ostacoli.”
Lui addirittura seminava direttamente in campo aperto tramite le famigerate “bombe di semi”, piccole palline di fango in cui erano stati immersi i semi che si volevano seminare.


Insomma, quel che voglio dire in questo post è che noi esseri umani non dobbiamo pretendere di costringere strutture così complesse e raffinate come i semi a seguire le nostre decisioni e scelte. 
I semi si sono evoluti per milioni di anni secondo un processo di maturazione, dormienza e germinazione del tutto particolare e tipico. Un ciclo che dobbiamo inevitabilmente riconoscere e rispettare, proteggere e capire.
Solo così potremo avere i risultati sperati nel rispetto di cicli naturali ben più grandi di noi.