lunedì 2 marzo 2015

La dura vita di un seme

Tutti sanno cos'è un seme. 
Un seme è vita, è una struttura estremamente concentrata che racchiude al suo interno tutto il materiale necessario alla nascita di una nuova pianta.
Estremamente semplice, estremamente complesso.

Il seme è il risultato della fecondazione e dato che questo fenomeno è forse il più importante di tutto il mondo vivente, capiamo bene che quando li stiamo maneggiando con una certa leggerezza in realtà abbiamo in mano un grandissimo potere: quello di dare la vita.

Molte piante sacrificano tutta la loro vita al fine di produrre i semi e le orticole ne sono un classico esempio.
Sappiamo che molte di queste piante sono annuali. In natura, il loro unico anno di vita si conclude quasi sempre con la produzione di fiori e semi. Una volta concluso il processo la pianta madre può morire, la vita è passata nel seme e da questa nuova residenza invernale potrà rinascere in primavera.

Anche alcuni animali concludono la propria vita dopo la riproduzione (si veda il ciclo di vita dei salmoni) ma nel regno vegetale questo fenomeno è ancora più spinto.

Nel seme la pianta madre ripone il proprio futuro, le proprie speranze. Per contro il seme nasce già con grandi aspettative sulle proprie spalle (chissà se è in grado di percepire ansia da prestazione?). Nonostante ciò questa strategia si è dimostrata vincente tanto che le piante, conquistatrici della Terra ben prima di noi, e tutt'oggi detentrici della maggior quantità di biomassa del pianeta. Il 95% del peso di tutti gli esseri viventi presenti sulla Terra è rappresentato dal peso dei vegetali, il 5% dagli altri viventi di cui solo lo 0,5% dalla specie umana.
Una colonizzazione tanto capillare e massiccia dell'intero pianeta è stata possibile solo grazie alla capacità di adattamento ma anche alla grande strategia di racchiudere le nuove piantine in resistenti semi facili da diffondere.
In alcuni casi alcune piante producono semi in grado di volare sospinte dal vento o addirittura catapultati attivamente dalla pianta madre il più lontano possibile in modo da coprire e colonizzare nuovi spazi (si veda il comportamento del cocomero asinino!).


Ora molti si chiederanno cosa centra tutto questo discorso con terraXchange, gli orti, il paesaggio e le altre tematiche a noi care ebbene noi, in qualità di orticoltori appassionati, abbiamo un grande dovere: raccogliere, conservare e ripiantare i semi delle nostre orticole non sprecando questa concentrazione di “vita biodiversa”.

Come possiamo svolgere questo importante ruolo in modo da non comprometterne la buona riuscita? Domanda lecita.
Spesso si sottovaluta questo aspetto raccogliendo semi in modo discutibile e conservandoli un po' così, come capita in luoghi di fortuna.


Partiamo quindi dal primo principio. 
Il seme va raccolto quando è maturo!
Non è una cosa scontata poiché, ahimè, i semi possono in molti casi maturare non simultaneamente rispetto al frutto. Ciò significa che quando noi raccogliamo i frutti già commestibili per la nostra alimentazione questi potrebbero racchiudere semi immaturi. Nell'orto il classico esempio è il fagiolino che viene raccolto per i nostri usi culinari ancora acerbo e contenete semi non ancora sviluppati. Vi sono anche altri esempi come la melanzana. Siamo abituati a raccoglierla piuttosto novella in quanto più morbida e con una polpa meno asciutta (cartonata) ma i semi contenuti in questi frutti non sono certo utilizzabili per la propagazione.


Il secondo principio è che il seme percepisce le stagioni.
Ebbene sì, i semi sono vivi (anche se non sembra) e chiusi nel loro letargo percepiscono comunque moltissimi fattori esterni (incredibile rendersi conto che i semi possono vedere e sentire). Tutti i semi percepiscono e monitorano costantemente temperatura, luminosità, fotoperiodo (rapporto giorno/notte), umidità. Ogni specie resta in uno stato dormiente sino a quando non si sono verificati tutta una serie di eventi che inducano il seme stesso a germogliare. Molti semi, per esempio, non germogliano se prima non hanno annotato un periodo di freddo piuttosto intenso e continuativo che induce il seme a convincersi di aver passato l'inverno. Il fabbisogno di freddo (è chiamato proprio così) è fondamentale per molte specie differenti. Tenere i semi al caldo costante (20°C) di una casa non è mai buona abitudine.
È buona norma conservare i semi in vasetti di vetro in luogo protetto, asciutto, al riparo dalla luce solare diretta ma non nella più costante oscurità. In questo modo il seme non perde il conto dei giorni (il seme ha un calendario? Ebbene sì).


Il terzo principio riguarda la necessità di rispetto del tempo. Qualcuno diceva che la frase tipica del contadino è “tempo al tempo”.
Non dobbiamo aver fretta di far germinare i semi in periodi differenti dal quale sono abituati. Spesso, in questo periodo, girovagando in vari gruppi Facebook riguardanti l'orticoltura, alcuni utenti postano immagini di semi germogliati e di nuove piantine molto esili e lunghe. Questo è il sintomo che si è seminato troppo presto. Le piantine sono nate comunque ma non trovando la luce e la lunghezza del giorno adeguata stanno disperatamente “filando”. Si stanno allungando nella disperata ricerca di luce che non troveranno poiché il periodo solare non è coretto. Queste piante periranno nell'arco di pochi giorni o settimane. Le poche che si salveranno saranno comunque destinate a rimanere deboli per tutta la vita poiché hanno bruciato troppa energia nei primi giorni di vita.


Il quarto principio fondamentale è la consapevolezza che siamo noi ad aver bisogno dei semi e non sono i semi ad aver bisogno di noi.
Troppo spesso vedo persone che curano i semi come se fossero balie. Ci sono alcuni che fanno pre-germinare i semi sui substrati più differenti. Dal cotone alle fibre di cocco, dalla gommapiuma a contenitori pieni d'acqua.
Diciamo subito che, per la maggior parte delle varietà coltivate, tutto ciò è inutile e, in alcuni casi, persino dannoso. La prima radichetta che si forma da un seme è una struttura complessa e molto delicata. Se, per esempio, facciamo germinare un seme su uno strato di cotone umido potrebbe capitare che la radichetta nasca correttamente e che (data la sua natura di radice) inizi da subito a scavare all'interno del cotone. A quel punto siamo fregati poiché il rischio di danneggiarla durante il trapianto raggiunge quasi la certezza matematica.
Lo stesso può valere per le germinazioni in acqua. La radichetta che si trova immersa in un liquido si adatta da subito a questo ambiente “facile” e, nel momento in cui la costringiamo a crescere nel terreno (un substrato totalmente differente, meno umido e più duro) le provochiamo uno stress immenso. 


Salvo rari casi in cui il seme per germinare deve subire specifici trattamenti, il consiglio che do è quello di far germinare il seme in un terreno molto simile (se non lo stesso) rispetto a quello in cui andrà a vivere l'intera pianta futura.
Come diceva il grande Fukuoka, maestro dell'agricoltura sinergica e della permacoltura: “Il miglior metodo per coltivare e non fare niente, la natura è nata prima di noi e sa già lei cosa fare. Noi dobbiamo solo aiutarla e assecondarla in modo che non trovi ostacoli.”
Lui addirittura seminava direttamente in campo aperto tramite le famigerate “bombe di semi”, piccole palline di fango in cui erano stati immersi i semi che si volevano seminare.


Insomma, quel che voglio dire in questo post è che noi esseri umani non dobbiamo pretendere di costringere strutture così complesse e raffinate come i semi a seguire le nostre decisioni e scelte. 
I semi si sono evoluti per milioni di anni secondo un processo di maturazione, dormienza e germinazione del tutto particolare e tipico. Un ciclo che dobbiamo inevitabilmente riconoscere e rispettare, proteggere e capire.
Solo così potremo avere i risultati sperati nel rispetto di cicli naturali ben più grandi di noi.

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